L’azienda Cà la Bionda lavora con metodi biologici dall’anno 2000 e ha iniziato la certificazione nel 2012.

La certificazione significa controllo e garantisce il consumatore finale.

Nel biologico non si possono usare pesticidi, diserbanti di ogni genere, concimi di origine chimica e insetticidi di sintesi. Da anni utilizziamo la “confusione sessuale”, termine con cui si definisce un metodo di lotta, o meglio, di controllo, di molti parassiti che danneggiano le coltivazioni agricole, in particolare insetti noti come lepidotteri (farfalle, tignoletta nella vite) che quando sono allo stadio giovanile di larve (bruchi), possono attaccare i frutti e le foglie, cibandosi e scavando gallerie al loro interno.

Il metodo consiste nel diffondere nell’aria con dei diffusori ancorati ai rami il feiomone sessuale che emette la femmina per impedire al maschio di localizzarla e di fecondarla.

Il mancato accoppiamento comporta una popolazione di larve assai diminuita e di conseguenza un minor danno alle uve.

Il terreno viene coltivato a rotazione con “colture da rinnovo” che falciate e interrate (sovescio) apportano azoto, carbonio e micro elementi necessari alla vite per crescere e maturare il frutto.

In cantina per coerenza non vengono utilizzati lieviti selezionati, ma indigeni, il contenuto di solforosa è circa un quarto rispetto a quanto permesso nei vini convenzionali. Tutta l’uva dei “bordi”, prodotta cioè dalle viti vicine ai nostri confinanti non biologici e quindi inquinata dai loro spray, deve essere venduta e ceduta a terzi.

Il vero significato dell’agricoltura biologica sta proprio nell’accettare e “tollerare” un danno, questa è la natura, ed intervenire agronomicamente anziché chimicamente nella coltivazione per ridurlo il più possibile. Il biologico spinge l’uomo a coltivare la vite anziché usarla e per questo il rapporto più intimo che vive con essa riesce a portarlo ad un livello di eccellenza che ritroviamo nel bicchiere.

Biologico significa anche rispetto non solo per la natura ma anche per le famiglie, le comunità che vivono a ridosso degli appezzamenti coltivati, per una convivenza possibile e non dannosa per la salute dell’ uomo.